PERSONE&STORIE, WINE&FOOD

Tributo a Fabrizio De Andrè tra musica e vino

Fabrizio De André amava il vino e viene citato spesso nei suoi brani, come elemento sociale, culturale e di vita. Un cantautore così amato che gli sono anche stati dedicati dei vini in edizioni speciali: per questo una degustazione che è nata dalla curiosità di capire meglio quali erano i vini citati, amati e bevuti e nello stesso tempo conoscere meglio la poetica di questo immenso cantautore-poeta.

Con il supporto di David Vian, amico e sicuramente più preparato di me sui contenuti e la poetica di Faber, abbiamo organizzato un sabato pomeriggio con gli amici, sette vini e sette brani, via via approfonditi.

Ho scelto dei vini che sono stati dedicati da alcuni produttori a Faber e altri che, per la loro collocazione territoriale, fra Liguria e Sardegna, penso siano stati presenti sulle tavole di Fabrizio e dei suoi amici. Altri vini li ho scelti prendendo spunto da alcuni articoli od interviste che ho trovato navigando in internet. Il vino è un elemento ricorrente nei testi del cantautore: l’ascolto delle parole e alcuni vini hanno permesso di comprendere più a fondo il senso di tante cose a 20 anni dalla sua scomparsa e di scoprire anche un Fabrizio contadino, un’anima contadina da cui traeva ispirazione per le sue canzoni. In compagnia, come a lui piaceva, in ascolto di emozioni e pensieri.

Il primo vino e anche il primo pezzo è stato “Crueza de ma”, un vino bianco frizzante, prodotto dalla Cooperativa 5 Terre e sicuramente a lui dedicato o ispirato: un vino ligure, terra che Fabrizio amava molto, di cui raccontava le piccole cose quotidiane, e dove il vino aveva un posto fisso, anche se non sempre in chiave positiva. In “Crêuza de mä”, la canzone che ha fatto conoscere il dialetto genovese nel mondo, Faber cita in particolare il vino bianco di Portofino.

“ E a ‘ste panse veue cose che daià
cose da beive, cose da mangiä
frittûa de pigneu giancu de Purtufin
çervelle de bae ‘nt’u meximu vin
lasagne da fiddià ai quattru tucchi
paciûgu in aegruduse de lévre de cuppi.”

Il vino è prodotto in vigneti a strapiombo sul mare e il legame con la canzone è immediato, un vino semplice, fresco, perfetto per le sere d’estate, nessuna pretesa se non l’immediatezza, la leggerezza e i profumi del mare: in etichetta i viticoltori delle Cinque Terre hanno trascritto anche la strofa finale della canzone: “Bacan d’a corda marsa d’aegua e de sa/ che a ne liga e a ne porta n’te na creuza de ma…”

Il Bianco di Portofino in realtà ci rimanda anche alla Bianchetta Genovese che è il vitigno del secondo vino proposto e abbinato a “La Città Vecchia”, il Portofino Bianchetta Genovese DOC “Ü Pastine” 2017 di Bisson

 “Nei quartieri dove il sole del buon Dio non dà i suoi raggi, una bimba canta la canzone antica della donnaccia… Gonfi di vino quattro pensionati al tavolino li troverai là, estate e inverno: a stramaledire le donne il tempo ed il governo… “

un vino bianco dalla beva semplice, molto gradevole, una leggera aromaticità, note minerali, di salso ma leggere, fermenta in acciaio a temperatura controllata, suscita pensieri estivi, di vacanza e serenità, magari passeggiando nei vigneti a strapiombo sul mare. L’abbiamo sorseggiato sbocconcellando un po’ di pane carasau e seguendo il testo della canzone a video: un’atmosfera che già ci ha portato lontano con i pensieri e le emozioni.

Arriviamo al terzo brano, un grande classico dell’opera di Faber, “Il Pescatore” che tutti conoscono bene e cantano come fossimo ad un concerto per davvero:

E chiese al vecchio dammi il pane
Ho poco tempo e troppa fame
E chiese al vecchio dammi il vino
Ho sete e sono un assassino

Il vino è il Nostralino, di Niasca di Portofino, un terno all’otto recuperarlo, ma ce l’abbiamo fatta: il Nostralino nella tradizione contadina ligure rappresentava il vino frutto dell’assemblaggio di tutte le varietà di uva presenti nel vigneto. Il Nostralino di Casa Sabaino è prodotto vinificando solo uve vermentino e bianchetta genovese vendemmiate a mano, sulle colline che si affacciano sul Golfo del Tigullio, tra Portofino e Sestri Levante: non ho certezza che Fabrizio l’abbia assaggiato, ma mi piace pensare di si, e se non era proprio questo, sicuramente qualcosa di simile.
I profumi del vino sono quelli tipici della macchia mediterranea, la salvia, il rosmarino, il basilico, gli agrumi, la scorza d’arancio e il mandarino, entra fresco in bocca per poi allargarsi di note minerali e finisce quasi salato, giocando tra la collina e il mare.

“La collina”  è appunto il quarto brano proposto, un brano denso di significati, impegnativo, di struttura poetica, è il brano di apertura di un album dove a turno otto personaggi, scelti tra quelli dell’Antologia di Spoon River, cantano la loro vita e la loro morte

“Lui che offrì la faccia al vento 
la gola al vino e mai un pensiero 
non al denaro, non all’amore né al cielo”

Non potevamo che abbinarlo ad un vino più strutturato dei precedenti, un Colli di Luni Vermentino DOC “Il Torchio” 2016, della cantina Il Torchio, bellissima etichetta, da cantastorie che immagino sarebbe piaciuta a Faber: la cantina si trova a Castelnuovo Magra, 12 ettari di vigneti esposti a sud-est ad anfiteatro, diverse altezze, alle spalle hanno le Alpi Apuane e davanti il mare, non la conosco e non vedo l’ora di poterla visitare. Il “Colli di Luni Doc“ ci regala sensazioni belle, l’idrocarburo rincorre gli agrumi, giocosamente sapido e felicemente lungo.

E qui il carasau si arricchisce di una bella spalmata di pesto genovese, arrivato freschissimo grazie al mio amico ligure Massimo Volpe, collega sommelier, che è riuscito a farci arrivare il prodotto gastronomico per eccellenza di questa regione: pesto al basilico dei Fratelli Sacco, basilicoltori da cinque generazioni, buonissimo! Gli amici presenti hanno le stelline nello sguardo e fanno anche il bis…

Il percorso gustativo e di conoscenza approda in Sardegna: cambiamo territorio, cambiamo storia, una terra amatissima da Faber segnato sicuramente dall’esperienza del rapimento, rievocata in “Se ti tagliassero a pezzetti”, un brano che parla di amore e di libertà

E adesso aspetterò domani
per avere nostalgia
signora libertà signorina fantasia
così preziosa come il vino così gratis come la tristezza
con la tua nuvola di dubbi e di bellezza.

E il vino non poteva che essere un Vermentino di Gallura DOCG, un vino fondamentale di queste terre, qui nella versione dei fratelli Mura, il Cheremi 2016 finezza ma anche tanta sostanza, una gran bella struttura di bocca, con richiami agli agrumi sia di naso che al palato, alle erbe mediterranee, sorprendente per dinamicità e lunghezza, sono sicura che Fabrizio lo avrebbe gradito molto, nelle sue riflessioni serali.

Per successione degustativa si infila a questo punto un assaggio di un’altra eccellenza ligure, la pasta di olive taggiasche prodotta da Benza, un’antica famiglia di frantoiani, e un altro vino dedicato, il “Bocca di Rosa” di Tabarrini, un rosato di sagrantino del 2017: un nome evocativo, omaggio a De André, all’amore e allo stesso sagrantino. Sono riuscita attraverso l’Enoteca Corsetti di Spoleto a trovarne tre bottiglie giuste giuste, in azienda era terminato e mi hanno messo sulla strada giusta, il Sagrantino è uno dei miei vitigni preferiti e non potevo rinunciarvi: il vino ha profumi netti, gradevolissimi, di spezie dolci e frutti rossi di bosco, teso e solare, dalla mineralità spiccata, il tannino è leggiadro, è una sorpresa per come può trasformarsi questo vitigno e regalare un vino affascinante e sorprendente!

“Bocca di Rosa” un grande classico del repertorio di Faber, che emoziona sempre e non a caso, alla fine, scatta l’applauso come se Fabrizio fosse presente di persona e la “signora della notte” dalla bocca di rosa inviasse baci a tutti noi. Una bella emozione.

Siamo al termine di questo percorso affascinante, a volte triste, a volte fantasioso, l’ultimo brano è “Khorakhanè”: una canzone attuale, che è poi il motivo iniziale che mi ha ispirato questa degustazione; un brano che parla dei diversi, degli altri, i “Khorakhané” sono una tribù rom musulmana di origine serbo-montenegrina, ma anche del senso del viaggiare, la metafora della vita come viaggio

per un guado una terra una nuvola un canto
un diamante nascosto nel pane
per un solo dolcissimo umore del sangue
per la stessa ragione del viaggio viaggiare

E il viaggio doveva continuare con un vino, il Khorakhonè, Marche Rosso di Cantina dei Colli Ripani  che non sono riuscita ad avere perché non più in produzione, l’azienda ne ha ancora qualche bottiglia solo per ricordo. Quindi ho deciso di proporre un altro vino rosso e non poteva che essere un Cannonau: che questo vino si sia bevuto a fiumi ne siamo certi, perché almeno per tre volte lo trovo citato.

Nel racconto che ne fa Mauro Pagani a proposito di un incontro a casa di Fabrizio: “Quando il disco fu terminato Fabrizio se lo portò a casa e dopo qualche giorno mi telefonò. «Manca qualcosa, è tutto bello ma un po’ troppo leggero, manca quello che pensiamo davvero di tutto questo, manca quello che purtroppo ci è accaduto». Così qualche giorno dopo partimmo per la Sardegna, e dopo aver fatto il pieno di bottiglioni di Cannonau ci nascondemmo all’Agnata, la sua tenuta in Gallura. Faber tirò fuori uno dei suoi famosi quaderni, e le cento righe di appunti quasi casuali, raccolti in anni di letture di libri e quotidiani, in tre giorni diventarono la descrizione lucida e appassionata del silenzioso, doloroso e patetico colpo di Stato avvenuto intorno a noi, senza che ci accorgessimo di nulla, della vittoria silenziosa e definitiva della stupidità, e della mancanza di morale sopra ogni altra cosa. Della sconfitta della ragione e della speranza.”

La seconda citazione la si trova in “Deandreide. Storie e personaggi di Fabrizio De André in quattordici racconti di scrittori italiani” (Rizzoli) curato da Giorgio Vasta: “Belinate, decretò il Faber, e sogghignò. Di solito era più morbido, ma l’afa gallurese e l’ardore del Cannonau aiutavano a sciogliere il sussiego. Ricordo, si era accovacciati sull’aia, la Sardegna bruciava di sole agostano, alle nostre spalle la casa fasciata di foglie cremisi e dalla porcilaia il borbottio dei maiali, carnoso come borborigmi di bassotuba.”

Ed infine un terzo caso, nel racconto di Renzo Piano, che ci serve anche a scoprire, a proposito di scelte vitivinicole, un Faber interessato alle sue origini piemontesi: “Dori Ghezzi ci accolse con sorprendente calore, come se fossimo di famiglia e ci disse subito: «Vi fermate a mangiare». Seppi poi che l’accoglienza era una delle grandi virtù di quella casa. Saranno state le 10, De André dormiva ancora mentre un paio di lavoranti si affaccendavano intorno ad alcune piante di vite. Si aprì una finestra. De André, a torso nudo, si affacciò, salutò. «Scendo subito». In due minuti era accanto a noi, piedi nudi, jeans, larga camicia fuori dai pantaloni e sigaretta aggrappata sul precipizio del labbro sinistro. Dopo qualche parola, da astigiano curioso indicai la vite: «Cannonau?». Lui sorrise: «No, ho voluto fare un esperimento, è Barbera».


Il nostro Cannonau è il Mamuthone Cannonau Sedilesu 2016, magnifica realtà della Gallura, vecchi vigneti ad alberello che ci regalano un vino denso di sostanza, profumi di ciliegia e rosa antica, poi le spezie dolci, la cannella, l’anice, varietà di pepe, il tannino svolto sostiene la materia, vino di passione e musica, vino per pensare, vino per amare: anche in questo caso sono sicura che Fabrizio avrebbe gradito assai e sarebbe andato a farsi un giro con l’uomo dalla maschera nera, il Mamuthone, adornato di campanacci, ballando per la campagna sulle note di Khorakhanè… e a noi sarebbe mancato un po’ meno.

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