WINE&FOOD

RICORDANDO IL MAESTRO CAMILLERI….. —-LA CUCINA DI MONTALBANO

Una cena con le amiche, quelle con cui periodicamente ti devi incontrare come una buona boccata di ossigeno, cena concordata e fissata che altrimenti trovarsi tutte è sempre un problema.

La cena veramente l’abbiamo immaginata pochi giorni dopo la scomparsa di Camilleri, ho lanciato la proposta della cena in memoria e in ricordo del grande scrittore scomparso, che è stata subito accettata.

Le ricette citate nei racconti del Commissario Montalbano sono veramente tante e, per forza di cose, ho dovuto restringere il campo, ma non è detto che non si possa ripetere con nuovi piatti.

Sono andata sui piatti preferiti e alla fine è venuto fuori questo menù:

Serata perfetta come temperatura, abbiamo cenato all’aperto, e ogni piatto è stato presentato leggendo parte di un brano tratto da uno dei romanzi in cui il piatto viene citato: la mia amica Rebecca, grande appassionata di teatro amatoriale e attrice per passione, si è impegnata anche con il siciliano!

Ho apparecchiato fuori, anzi, come dice Montalbano, ho “conzato” la tavola in veranda, mettendo sul tavolo alcuni dei suoi libri (sono una gran lettrici di libri di Camilleri in genere)

Mi sono propria divertita e i piatti sono riusciti bene!

Quindi, in ordine, gli antipasti…

Arancini al ragù, caponatina e caciocavallo, passuluna e aulive

Da “Gli arancini di Montalbano!”

Gesù, gli arancini di Adelina! Li aveva assaggiati solo una volta: un ricordo che sicuramente gli era trasùto nel Dna, nel patrimonio genetico.
Adelina ci metteva due jornate sane sane a pripararli. Ne sapeva, a memoria, la ricetta. Il giorno avanti si fa un aggrassato di vitellone e di maiale in parti uguali che deve còciri a foco lentissimo per ore e ore con cipolla, pummadoro, sedano, prezzemolo e basilico. Il giorno appresso si pripara un risotto, quello che chiamano alla milanìsa (senza zaffirano, pi carità!), lo si versa sopra a una tavola, ci si impastano le ova e lo si fa riffriddàre. Intanto si còcino i pisellini, si fa una besciamella, si riducono a pezzettini ‘na poco di fette di salame e si fa tutta una composta con la carne aggrassata, triturata a mano con la mezzaluna (nenti frullatore, pi carità di Dio!). Il suco della carne si ammisca col risotto. A questo punto si piglia tanticchia di risotto, s’assistema nel palmo d’una mano fatta a conca, ci si mette dentro quanto un cucchiaio di composta e si copre con dell’altro riso a formare una bella palla. Ogni palla la si fa rotolare nella farina, poi si passa nel bianco d’ovo e nel pane grattato. Doppo, tutti gli arancini s’infilano in una padeddra d’oglio bollente e si fanno friggere fino a quando pigliano un colore d’oro vecchio. Si lasciano scolare sulla carta. E alla fine, ringraziannu u Signuruzzu, si mangiano! 

Da “La paura di Montalbano”

“Rimasto finalmente solo, s’addunò che gli si era smorcato il pititto, ma nel frigo trovò picca assà: caciocavallo stascionato, passuluna e aulive. Sempre meglio che niente. Adelina, la cammarera, che con molta buona volontà si poteva chiamare magari governante, da una simanata non brillava per invenzioni culinarie, il fatto era che i suoi dù figli sdilinquenti erano stati nuovamente arrestati e lei doveva abbadare ai nipoti.

Decise di mangiare travagliando. Portò in tavola caciocavallo, passuluna, aulive e vino mettendole allato alle  carte stampate di Catarella. Pigliò dal cascione macari cinco fogli bianchi e una matita.”

Da “La gita a Tindari”

“Appena aperto il frigorifero, la vide. La caponatina! Sciavuròsa, colorita, abbondante, riempiva un piatto funnùto, una porzione per almeno quattro pirsone. Erano mesi che la cammarera Adelina non gliela faceva trovare. Il pane, nel sacco di plastica, era fresco, accattato nella matinata. Naturali, spontanee, gli acchianarono in bocca le note della marcia trionfale dell’Aida. Canticchiandole, raprì la porta-finestra doppo avere addrumato la luce della verandina. Sì, la notte era frisca, ma avrebbe consentito la mangiata all’aperto. Conzò il tavolinetto, portò fora il piatto, il vino, il pane e s’assittò.”

Primo piatto

Pasta ‘ncasciata a’ missinisi

Da “Il cane di terracotta”

Andò a casa, si mise il costume da bagno, fece una nuotata lunghissima, rientrò, s’asciugò, non si rivestì, nel frigorifero non c’era niente, nel forno troneggiava una teglia con quattro enormi porzioni di pasta ’ncasciata, piatto degno dell’Olimpo, se ne mangiò due porzioni, rimise la teglia nel forno, puntò la sveglia, dormì piombigno per un’ora, si alzò, fece la doccia, si rivestì coi jeans e la camicia già allordati, arrivò in ufficio.

La pasta ‘ncasciata entra nel forno!

Il secondo

Polpette affogati (purpiteddri affucati)

Da “Un mese con Montalbano”

I dubbi di Montalbano passarono a metà: i capperi di Pantelleria, aciduli e saporitissimi, forse ci stavano o, nell’ipotesi peggiore, non avrebbero fatto danno.

Prima di muoversi verso la cucina, Filippo taliò negli occhi il commissario e questi raccolse il guanto di sfida. Tra lui e Filippo, era chiaro, si era ingaggiato un duello. Uno che di cucina non ne capisce, potrebbe ammaravigliarsi: e che ci vuole a fare due polipetti alla napoletana? Aglio, oglio, pummadoro, sale, pepe, pinoli, olive nere di Gaeta, uvetta sultanina, prezzemolo e fettine di pane abbrustolito: il gioco è fatto. Già, e le proporzioni? E l’istinto che ti deve guidare per far corrispondere a una certa quantità di sale una precisa dose d’aglio?

Il dolce

Cannoli

Da “Il campo del vasaio”

“La prima cosa che il commissario notò sopra la scrivania di Pasquano, ‘n mezzo a carte e fotografie di morti ammazzati, fu una guantera di cannoli giganti con allato ‘na buttiglia di passito di Pantelleria e un bicchieri. Era cosa cognita che Pasquano era licco cannaruto di dolci. Si calò a sciaurare i cannoli: erano freschissimi. Allura si versò tanticchia di passito nel bicchiere, affirò un cannolo e principiò a sbafarselo talianno il paesaggio dalla finestra aperta. Il sole addrumava i colori della vallata, li staccava nettamente dall’azzurro del mare lontano. Dio, o chi ne faciva le veci, qua si stava addimostrando un pittore naïf. A filo d’orizzonte, uno stormo di gabbiani che se la fissiavano a fare finta di scontrarsi tra loro, in un virivirì di piacchiate, virate, cabrate che parivano ‘na stampa e ‘na figura con una squatriglia aerea acrobatica. S’affatò a taliarne le evoluzioni. Finito il primo si pigliò un secondo cannolo”.

Una parola per i vini abbinati.

In apertura un rosato dell’Etna 2018, fresco e piacevolissimo, preciso con tutti gli antipasti, giusto per iniziare, Barone di Villagrande

Spettacolare il Coste al Vento 2017 di Marilena Barbera con la pasta ‘ncasciata, tutta la luce del sole di Menfi in questo bicchiere e i profumi del mare e dell’uva grillo.

Con i polipetti passiamo ad un rosso, il Santa Cecilia di Planeta 2010, leggermente rinfrescato di temperatura.

Sono sicura che Camilleri avrebbe gradito. Alla prossima.



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